Think Pink, Think Digital: quando la formazione è un dovere morale

Think Pink, Think Digital: quando la formazione è un dovere morale

<<< Premetto subito per i tecnici della SEO o per i colleghi blogger che questo non è un articolo scritto allo scopo di indicizzare il mio sito.>>>

Questo articolo è scritto nella speranza di indicizzare un po’ di rispetto sulla prima pagina delle nostre amare realtà.

Si è tenuto ieri, 17 marzo 2017, il secondo incontro annuale con gli studenti delle scuole superiori di Taranto, presso la bellissima sede del Dipartimento Jonico dell’Università degli studi di Bari, a cui ho potuto partecipare anch’io come relatrice. Grazie al piano di alternanza studio-lavoro, si voleva cogliere l’occasione di aprire un dialogo, in un laboratorio di formazione contro il divario di genere nel digitale, in occasione della appena passata festa della donna.

Qui racconto i ceffoni che la realtà ci manda per svegliarci, e non ce ne accorgiamo nemmeno. Da troppo tempo ormai.

 

CEFFONI DALLA REALTÀ

È stata una mattina densa di emozioni e sensazioni, di fronte ad una platea di circa 200 studenti dai 15 ai 17 anni circa, che mi ricordavano tanto come mi sentivo sperduta io alla loro età, con tutto quel futuro davanti.

Ieri in quell’aula, all’alba dei miei 43 anni – con leghe e leghe di navigazione alle spalle fra tormente e mari placidi, con indosso i panni guadagnati in battaglia di capitano della mia anima – non ho visto altro che 200 arboscelli distrattamente astanti, e chiassosi come foglie caduche fruscianti al vento, piantati altrettanto distrattamente a terra, inconsapevoli di avere avuto un dono immenso: esser venuti al mondo con un messaggio unico da portare.

Quel messaggio personale che nessun altro, mai, su questa Terra, potrà portare, se non ognuno di loro, attraverso la realizzazione dei propri sogni, grazie a i propri talenti, sviluppati seguendo le proprie passioni.

Non nascondo che è stata una giornata difficile da gestire rispetto all’anno scorso, quando pure emersero realtà assurde da credersi, se non fosse che le ascoltai con le mie stesse orecchie: ragazze che nel XXI secolo devono ancora spiegare ai propri genitori perché vogliono studiare all’università, anziché sposarsi e far figli; ragazze che devono affrontare in aula episodi di bullismo violento e razzista, quotidianamente.

L’anno scorso c’era nell’aria la voglia forte, fortissima, di parlare e il coraggio ancora più forte, di raccontarle quelle verità. E c’era la voglia e l’umiltà di cercare aiuto e conforto in chi, con più anni e strumenti per le mani, forse ha qualche soluzione da offrire a tutto questo spreco di tempo e di risorse pregiate.

Ma ieri è stato diverso.

Ieri l’aria era intrisa di disinteresse, l’unico che nasce quando si afferma una profonda mancanza di rispetto.

Disinteresse chiassoso a dispetto di un Rettore universitario che all’inizio della giornata ha tentato di far loro capire come si sta in un’aula d’università (tempio della conoscenza, nda).

Disinteresse chiassoso ad oltranza, perché Juve-Barcellona è più importante, da discutere a caldo, del proprio futuro; disinteresse chiassoso ad oltranza, perché se hai qualcosa da dirmi, è sempre meno importante delle ore di scuola che sto saltando per esser qui.

Non chiediamoci da dove nascano i timbratori di cartellino in mutande: essi nascono da qui.

Non chiediamoci da dove nascano gli onorevoli dormienti in Parlamento: essi nascono da qui.

È sui banchi di scuola che si coltiva il rispetto, e dove non semini rispetto, raccogli gramigna.

 

RISPETTO, QUALCOSA DA COLTIVARE

 

Una discussione ancora viva in me, questa, con un collega relatore.

Lui affermava che parlare e lasciare la sua testimonianza nonostante quel brusio crescente e strafottente, non gli importava: lui non era lì per insegnare, lui era lì per raggiungere il suo obiettivo e “portarsi a casa” quei 20 ragazzi attenti (su 200 in totale), quindi più probabilmente fertili dal punto di vista di future startup, non era lì di certo per zittire chi disturbava già da ore quel dialogo aperto di crescita (di tutti, s’intende!); in poche parole, lui non era lì per insegnare cos’è il rispetto.

Io ho preferito tentare di farli ragionare su cosa sia il rispetto, non so se ci sono riuscita, anzi non credo.

Ho spiegato loro che, facendo così tanto baccano, non stavano mancando di rispetto a noi relatori, bensì a loro stessi e ai loro compagni (quei pochi 20 attenti); ho cercato di dire loro che erano liberi di uscire dall’aula, se non interessati, lasciando spazio a chi lo era, invece.

Erano liberi di usare quell’incontro a loro vantaggio, facendo goal. Erano perfino liberi di scegliere se perderla quella partita, ma uscendo da quell’aula.

Invece no, loro sono restati, continuando a disinteressarsi a oltranza e rendendo difficile il gioco a chi voleva vincerlo.

Disinteresse chiassoso ad oltranza, nonostante un Rettore universitario, con arguto e lucido pensiero, li abbia richiamati a riflettere su un particolare: qui al Sud si vive “un divario nel divario”.

No caro collega, non sperare che quei 20 si tirino poi dietro gli altri 180: quei 180 renderanno la vita molto difficile a quei 20, qui in Italia, mentre cercheranno fra mille fatiche di fare il loro goal, che sarà, per questo, sempre e comunque, irrimediabilmente più a rischio di fuori gioco… sì, verso l’estero.

Come non bastasse, sono stata raggiunta da un docente al termine dell’evento. Mi ha rimproverato di aver rimproverato i suoi ragazzi che aveva portato lì ieri. E mi ha anche chiesto chi fossi (certo, se avesse seguito il mio intervento, non avrebbe avuto bisogno di chiedermelo).

Non chiediamoci dove nascono i genitori che rimproverano i docenti: essi nascono da qui.

Chiediti perché il contadino ara la terra e poi semina. Chiediti perché il giardiniere suda sette camicie con la pazienza di Giobbe ad ogni stagione.

Gli alberi da frutto, o i fiori che attirano farfalle, si coltivano col sudore.

Io ieri ho messo sul piatto del prezzo da pagare la mia impopolarità, perché sui terreni del lassismo cresce solo la gramigna.

E sogno, sempre sogno, fortissimamente sogno un piccolo-grande mondo migliore, che chiama anche me a fare la mia parte, “per non scoprire in punto di morte di non aver mai vissuto”.

Alle ragazze e ai ragazzi, che il 17 marzo 2017 hanno risposto col silenzio alla mia domanda: chi sono i vostri riferimenti, i vostri miti? A chi vi ispirate per dire “da grande voglio essere così”?

A tutti loro ne dono uno, qui, nella imperitura speranza che vogliano accoglierlo di esempio, perché in loro ho visto gli alberi di domani.

Hungry&Foolish Business Administration Engineer, Proud Master in Innovation Management, Simply Handy Innovation Founder

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